Suzuki RM 125: la prima cross di serie giapponese di successo

Suzuki

L’interesse della Suzuki nel motocross risale ai primi anni ’60, parallelamente all’impegno nei GP di velocità. La Casa di Hamamatsu fu la prima delle giapponesi a cimentarsi in questa disciplina, probabilmente avere un futuro vantaggio sulle concorrenti.

La prima apparizione all’estero è datata 1965, quando il pilota ufficiale Kazao Kubo fece una apparizione in Svezia con due motociclette di 250 cm3, una monocilindrica e l’altra bicilindrica (con il motore derivato da quello della T20). Da questa prima esperienza nacquero le successive RH66 e RH67, sempre di 250 cm3. Ma la svolta avvenne quando fu ingaggiato lo svedere Olle Pettersson, reduce da un terzo posto nel mondiale 1967, che si fece realizzare una moto su misura. La RH69 si dimostrò valida tanto da consentire al pilota svedese di classificarsi terzo nel mondiale. Furono quindi ingaggiati i due fuoriclasse belgi Joel Robert e Sylvain Geboers che con Roger De Coster nella classe 500 proiettarono la Suzuki nella storia del motocross.Suzuki
La classe 125 non aveva avuto grande eco negli anni ’60 ed era riservata alle gare destinate ai principianti in attesa del salto alla quarto di litro. Le competizioni ad alto livello per la 125 presero il via nel 1973 quando la Federazione Internazionale varò un Trofeo per valutare le possibilità di questa classe e per dare possibilità ai giovani piloti di mettersi in luce a livello internazionale.
La prima edizione fu vinta da André Mahlerbe con la Zundapp ufficiale e dopo un altro anno di rodaggio, nel 1975 nacque il primo campionato mondiale della classe 125 dove la Suzuki schierò Gaston Rahier e il giapponese Akira Watanabe sulle RH derivate dalle vittoriose sorelle maggiori. Rahier vinse il mondiale per tre anni consecutivi, mentre nel 1978 la Suzuki fece il poker con Watanabe. Fu poi la volta di Harry Everts che portò la suzuki ai vertici nel 1979, 1980 e 1981, e infine di Eric Geboers che continuò la fantastica serie ancora per due anni, il 1982 e il 1983.

La produzione di serie
In effetti la Suzuki già dai primi anni ’60 produceva delle motociclette da fuoristrada, tutte di piccola cilindrata e pressochè sconosciute in Europa, tantomeno in Italia. Negli anni ’70 l’incremento del fenomeno fuoristrada negli Stati Uniti portò tutte le Case a rinforzare il proprio listino fuoristrada e la Suzuki, fresca dei successi mondiali non perse l’occasione per presentare quelle che a prima vista parevano delle repliche delle moto ufficiali. Parliamo della TM 400 Cyclone, esteticamente simile alla moto di De Coster, ma in effetti adatta al fuoristrada turistico. Nel 1972, un anno dopo la Cyclone, fu presentata la TM 250 Champion. Ancora un anno ed ecco la versione di 125, sempre siglata TM, con un motore di nuovo disegno. Con dimensioni di 56 x 50 mm e una compressione di 7.5:1 la potenza dichiarata era di 20 CV a 10000 giri/min, comparabili con quelli della concorrenza europea, che però manteneva ancora un certo vantaggio in termini di prestazioni globali.Suzuki

La RM 125
Qualcosa cambiò per la stagione 1976, quando la Suzuki decise di mettere un po’ più di pepe nelle sue cross di serie, dapprima costruendo un numero limitato di replica delle RH 250 e RN 400 ufficiali e, di lì a poco, con la nuova serie RM che diede vita a una generazione di motociclette di varie cilindrate che finalmente erano degne del blasone della Casa giapponese.
La moto del nostro servizio è il primo esemplare della RM125 arrivata in Italia che fu subito affidata alle mani di Aldo Mirimin per valutarla ed affidarla a qualche pilota cadetto dell’allora fiorente vivaio piemontese. Annunciata come la moto derivata dal primo successo mondiale di Rahier, essa non tradì le aspettative. “Alla fine degli anni ’60, quando arrivarono i primi KTM Penton 125 capimmo subito che si era arrivati ad una svolta”, ci ha raccontato Mirimin. “Per i quattro tempi non c’erano più possibilità. Nella classe 175 il divario era meno marcato, ma nella 125 non c’era confronto. Logico che chi, come me, lavorava nel settore, si sia dovuto guardare attorno per trovare una macchina in grado di consentire una continuità di risultati. Già nei primi anni ’70 realizzai una special motorizzata Puch che fece ottimi risultati con Bruno Raniero e Fabrizio Quaglino”.

 

“Essendo piuttosto conosciuto nel settore, e operando a Torino dove aveva sede l’importatore Suzuki SAIAD, nel 1975 essi mi proposero di commercializzare per conto loro, una piccola serie di RM, che sarebbero giunte in Italia di lì a poco. Accettai, e la prima moto che ebbi per le mani fu proprio quella di questo servizio. La prima prova fu fatta a Lombardore con lo junior Mantelli (che quell’anno correva nella 250 con la Maico) e l’impressione che ne ricavammo fu piuttosto buona. Equilibrata nella ciclistica (solo la forcella si dimostrò un po’ troppo morbida) era dotata di una erogazione bella piena fin dai regimi più bassi, una caratteristica che ai quei tempi non era comune ai piccoli motori a due tempi e probabilmente dovuta alle sei luci di travaso, sapientemente dimensionate. La posizione di guida era piuttosto ‘alta’ per l’epoca, ma derivava dalla grande escursione delle sospensioni. Quell’anno tra i due piloti che acquistarono la piccola Suzuki ci furono Ezio Gamba e Quaglino che facevano anche parte della mia scuderia: il primo non faticò a conquistare il campionato regionale cadetti del 1976, prima di passare junior. La SAIAD non era però interessata al settore fuoristrada, tanto da non fornire un servizio ricambi adeguato a sostenere un’attività agonistica estesa. Devo dire però che non ricordo di avere visto delle rotture meccaniche sui motori. Il pistone era dotato di un solo segmento sottile e piatto: usando la miscela con olio Castrol R, dopo un certo periodo di inattività, tendeva ad incollarsi nella sede. Qualche pilota sostituì la forcella originale con una delle prime Marzocchi coi foderi in magnesio, la Piuma. L’anno successivo arrivò la versione con il cambio a sei marce: una moto altrettanto indovinata. Della cinque marce credo ne siano arrivate i Italia non più di una decina”